Concorso letterario, i lavori dei nostri alunni

Un concorso letterario bandito dal Comune di Castellammare di Stabia con l’assessora Diana Carosella ha permesso ai nostri alunni dell’Its Sturzo di immergersi nella lettura del romanzo “Ulisse e il Cappellaio cieco” dell’autore stabiese Raffaele Bussi e di esprimersi con degli ottimi lavori.

Il bando richiedeva una recensione del libro oppure una riflessione o ancora un brano di scrittura creativa che traesse spunto dalla lettura del romanzo.

Docenti e studenti si sono impegnati per partecipare e quelli che pubblichiamo di seguito sono i lavori dei nostri alunni. Uno di questi (scritto da Anna Rosaria D’Alessandro di II G) ha anche conquistato il terzo posto alla selezione. La premiazione si è svolta al Palazzetto del Mare, presente il sindaco Gaetano Cimmino.

 

Anna Rosaria D’Alessandro – II G

ULISSE E IL CAPPELLAIO CIECO

Raffaele Bussi è nato a Castellammare Di Stabia, è un giornalista, scrittore e saggista italiano, collabora con i più importanti quotidiani e periodici nazionali. L’attività giornalistica ha portato i suoi interessi nel campo dell’arte, della storia e della letteratura e alla pubblicazione di numerose opere. Ha collaborato a “Nord e Sud”, “Ragionamenti” e successivamente a “Meridione. Sud e Nord del mondo”, rivista fondata e diretta da Guido D’Agostino. È stato direttore editoriale della rivista “Altritaliani” e collabora in qualità di recensore alla rivista “La civiltà Cattolica”. Ha pubblicato L’Utopia possibile, Eidos 1995, Santuari, Il mondo di Suk 2010, All’ombra dell’isola azzurra, Armando Editore 2016, Ulisse e il Cappellaio cieco, 2019, in gara per il premio Strega.

 

Ulisse riprende un nuovo viaggio, affidatogli dalla Dea Minerva per salvarlo dai suoi giorni ormai segnati dalla noia e dai déjà vu. La sua nuova avventura sarà un giro nel Vecchio Continente, per scoprire i malesseri da cui sono afflitti gli uomini e la società. Compagno di viaggio affidatogli da Minerva sarà Varoufakis, un commerciante cieco, che acquista incredibilmente la vista grazie a un cappello, arrivatogli in bottega. Il cappello però non gli consente solo di vedere, ma anche di ammirare il passato e scorrere il futuro. Ulisse parte, dopo aver affrontato Penelope, che ha dovuto nuovamente lasciare, e dopo aver trovato un equipaggiamento che avrebbe guidato la nave, costruita da Konstantinos, verso le mete del suo viaggio. Ulisse deve venire a capo di un enigma che lo porta a Lesbo, a Siracusa, a Ischia, a Neapolis, alle Isole Eolie, a Cartagine fino alle colonne d’Ercole. È proprio durante l’avventura di Ulisse che la storia del passato si intreccia alla complessità del presente, e ci mostra i problemi del mondo in cui viviamo oggi, dal cimitero dei migranti che è diventato il Mar Mediterraneo, ai barconi, stracolmi di migranti, che fanno da paesaggio sulle coste della Sicilia, alla crisi in Grecia, fino ai disastri ambientali che stanno uccidendo il nostro pianeta. Il romanzo si conclude in maniera dissimile dal suo incipit iniziale, in quanto la terra nuova oltre le colonne d’Ercole non è terra di sicuro approdo, ma è terra di confusione, di novità, di incertezze e di insicurezze, è la terra verso cui stiamo marciando, un ignoto totale che spaventa, una terra di cartapesta che si sta accartocciando sotto la manipolazione dell’uomo.

Il libro è semplicemente appassionante e interessante in quanto fonde il passato con il presente. Le descrizioni dei luoghi sono corpose ed efficacemente articolate, tanto da riportare alla mente il luogo in questione. Uno dei maggiori punti di forza del libro solo le situazioni, che sono descritte con una tale bravura da far capire al lettore il peso dei vari momenti e dei vari scenari. I personaggi aiutano molto il lettore a riflettere sulla storia del passato e sulle realtà odierne, particolarmente giusta è stata la scelta di impersonare il Cappellaio con Varoufakis, l’ex ministro delle finanze in Grecia, che ha tentato di risollevare le sorti economiche del suo Paese, oppresso da una crisi, scaturita dai pesanti debiti greci, aggravati dalla nuova moneta che è l’Euro.

Ho adorato questo libro, perché è un mix perfetto tra la storia di ieri e quella dell’oggi, è un romanzo che fa molto riflettere sulle situazioni che viviamo, sulla rotta in cui stiamo trascinando il nostro domani, che si prospetta sempre più cupo e incerto. Credo che questo libro debba essere letto soprattutto dalla mia generazione che è destinata a questa realtà, per fare in modo che venga a confrontarsi con le sfaccettature del nostro tempo, e che resti affascinata dalle narrazioni di tempi ormai andati. Nella stesura di questo romanzo Raffaele Bussi è stato semplicemente sensazionale

“Nessuno è più in grado di raccontare favole ai bambini.

È l’inizio della fine, mio re.

Manuele Giovedì – II R

Varoufakis e il Re di Itaca

Mi è stato detto che raccontarsi fa bene. Raccontare qualunque storia, perché in ognuna di esse si può trovare se stessi. E quindi eccomi, a raccontarvi cosa pensava la mia mente mentre leggeva Ulisse e il Cappellaio Cieco.

Mi consegnarono questo libro di Raffaele Bussi alcuni giorni fa. La prof mi chiese di leggerlo, e io lì per lì ero pronto a rifiutare, date le imminenti e temute prove Invalsi, ma il titolo mi cucì la bocca. Ulisse quello dell’Iliade e l’Odissea? Mi lasciai convincere. Arrivai a casa, ignorai completamente la ricerca di Biologia che mi guardava da lontano sulla mia scrivania e cominciai a leggere questo libro del quale sapevo il nome e poco altro. Mi aspettavo una classica avventura che ci si può aspettare da Ulisse, con grandi guerre e le solite cose da poema epico.

È un eufemismo dire che rimasi sorpreso di trovarmi davanti un Ulisse in piena crisi di mezza età, che non sa cosa fare delle sue giornate da re. Come rimasi ancora più sorpreso nel capire che il vero protagonista della storia non era Ulisse, ma il suo compagno di viaggio. Sorpreso nel vedere Varoufakis che a ogni attraversamento in mare e a ogni escursione via terra si estromette dal suo tempo, che racconta fatti come se vivesse nel 2019, e vedere Ulisse e gli altri personaggi di turno che tentano invano di seguirlo mentre farnetica su fatti di un oggi diverso dal loro. Rimasi sorpreso di ritrovarmi tra le mani un Ulisse completamente incapace, che non capisce cosa succede intorno a lui, dove a fare da guida non è lui, come nelle precedenti avventure, ma il suo compagno di viaggio, che sa molto di più. Rimasi sorpreso nel sentire tutte le storie che Varoufakis raccontava al lettore, visto che Ulisse spesso non era capace di capirle. Rimasi sorpreso nel capire che questo non era il sequel dell’Odissea ma una storia tristemente più recente. Trovarsi in un libro che si spaccia per una nuova avventura dell’eroe di Itaca e invece scoprire al suo interno la denuncia all’umanità intera, che non fa altro che rovinare se stessa e tutto ciò che la circonda. Con inquinamento, guerre, genocidi, conquiste dettate dal denaro, anzi vedere un intero mondo dominato dal denaro, e sapere che chi potrebbe davvero cambiare tutto ciò non lo farà mai. Perché non gli conviene. Questo ho trovato in Ulisse e il Cappellaio Cieco. E per quanto io possa provare a dissentire, a credere che a tutto il danno che abbiamo fatto può essere posto un rimedio, so benissimo che l’inizio della fine è iniziato da molto tempo.

 

Michelangelo Democrito Maria Scarfato – IV S

Ulisse e il cappellaio cieco di Raffaele Bussi

L’ignoto è da sempre l’entità che ha spinto l’uomo a valicare i propri limiti, anche quando questi sembravano insuperabili. E’ proprio questo che Raffaele Bussi vuol dimostrarci con la sua opera Ulisse e il cappellaio cieco edito da Armando Editore

Ulisse, tornato a Itaca dopo venti lunghi anni trascorsi lontano dalla propria patria, soggetto a innumerevoli peripezie e conoscenze lungi dall’essere dimenticate, si ritrova ormai a trascorrere gli anni della sua vecchiaia tra i paesaggi della sua terra e le braccia della sua amata moglie Penelope, rimasta fedele al figlio di Laerte.

Tuttavia una malinconia dettata da noia e inerzia affligge il nostro eroe, poiché egli è confinato in una vita priva delle avventure che hanno caratterizzato la sua giovinezza, la cui assenza gli provvede energie solo per poter scrutare il passato alle sue spalle; ma dall’alto dell’Olimpo Minerva sprona Giove a convincere Ulisse a indagare sugli avvenimenti che stanno sconvolgendo le acque dell’Europa dopo la guerra di Troia. Così come ringiovanito dalla prospettiva di una nuova avventura, Ulisse organizza tutto l’occorrente per il viaggio, circondandosi di uomini fidati che lo accompagneranno nella sua avventura. Tra questi il cupo e misterioso cappellaio cieco Varoufakis, che condurrà tramite le sue doti di veggente il nostro Nessuno verso rotte amiche oramai ricordo di un tempo passato e rotte sconosciute, afflitte da violenza e inganno.

Il romanzo presenta un lessico ben articolato, con particolari linguistici che non cadono mai nel banale, una storiografia veloce quanto accurata, i quali permettono una lettura attraente e immersiva, proprio l’immersività è uno dei fattori principali capaci di suscitare un interesse costante nei lettori di quest’opera, nella quale tuttavia ci si rispecchia molteplici volte, grazie alle apparentemente deliranti affermazioni del vecchio Varoufakis riguardanti l’era moderna e il suo decadimento.

L’opera raggiunge molti picchi di interesse durante la lettura, dovuti a una caratterizzazione dei personaggi più che attuale. Bussi ha saputo definire sapientemente il divario tra i vari soggetti dell’opera, nonostante fossero tutti accomunati da un senso di nostalgia.

L’opera ricorda a noi lettori di proseguire il nostro compito nonostante le avversità del tempo e dello spazio, nonostante possa essere “l’inizio della fine” .

 

 

Sara Pia Somma – IV H

Recensione al romanzo “Ulisse e il cappellaio cieco”

Il romanzo “Ulisse e il cappellaio cieco” è stato scritto da Raffaele Bussi, giornalista e scrittore, nato a Castellammare di Stabia. Racconta di Ulisse che, dopo essere ritornato in patria, dovrà rimettersi nuovamente in mare per affrontare un grande problema che sta colpendo il Mediterraneo. Il racconto inizia con Minerva che racconta al padre degli dei, cioè Zeus, dello stato d’animo d’Ulisse. Dopo che quest’ultimo è approdato ad Itaca, dopo vari giorni, la noia si è impossessata di lui e quindi Minerva decide di far risolvere ad Ulisse il grande problema che invade il Mediterraneo. Minerva dopo aver parlato con lui sotto mentite spoglie, il valoroso Ulisse decide di affrontare un nuovo viaggio affidandosi alla compagnia di un vecchio chiamato Varoufakis, un venditore di cappelli. Questo vecchietto ha la particolarità di essere un non vedente ma riacquisterà la vista grazie ad un berretto frigio che gli donerà il potere di vedere sia il passato che il futuro. Per capire le cause del problema che inonda il vecchio continente, il re di Itaca deve sciogliere un enigma iniziale che riguarda la scoperta di tre nuove città: la prima sarà Neapolis, la seconda Cartagine, mentre la terza lo rivela la regina Didone. Durante questo viaggio, Ulisse incontrerà molti personaggi noti e grazie a loro capirà la situazione che dovrà risolvere.

Il racconto invita il lettore a riflettere sugli eventi contemporanei; leggendo, si può capire perfettamente che la storia è legata al problema dell’immigrazione, fenomeno più che mai attuale e difficile che l’Italia sta affrontando negli ultimi anni e come è scritto nel testo non tutti avranno “il piacere di riposare per sempre nella terra natia”.

Popoli provenienti dall’Africa emigrano dal loro paese per trovare pace altrove. Scappano dalle coste libiche, per affrontare il mar Mediterraneo e sfidare la sorte su dei barconi. I più fortunati, superate le avversità del mare, riescono ad insediarsi sulle coste italiche. Tutti i giorni affrontano il mare per scappare da guerre ed ingiustizie sociali. Affrontano la consapevolezza di non potercela fare durante il viaggio e pieni di coraggio guardano il futuro con speranza. Il mar Mediterraneo è diventato scenario di morte per queste persone piene di speranza.

Fin dall’antichità il Mediterraneo è stato un luogo di scambio di culture, tradizioni e merci; adesso è diventata la bara di migliaia di persone e come dice nel testo “ il mare che un tempo era lo specchio d’acqua di civiltà pacifiche, dedite ai commerci ed allo scambio tra culture diverse, all’improvviso degenerò”. Non si riflette più l’acqua limpida di una volta ma solamente un putridume. Il Mediterraneo, un tempo ponte, strumento di collegamento tra diverse civiltà è diventato ora un mare di sofferenza e indifferenza.

Lo scenario continuo di morte che ci viene proposto dai media oramai non provoca più meraviglia e sdegno ma lo si vede come qualcosa di normale a cui abbiamo finito per abituarci. L’indifferenza è il più grande male dei nostri giorni e spesso si giudica male la venuta dei migranti senza nemmeno conoscere la triste e amara vita che hanno condotto prima di mettersi in viaggio.

L’autore invita a riflettere sul comportamento di Ulisse, che nonostante l’età e la lontananza dalla sua patria, decide di rimettersi in viaggio e capire le cause del grande problema che affronta il Mediterraneo.

Credo che come Ulisse noi giovani siamo chiamati ad abbattere il muro dell’odio, del razzismo e dell’indifferenza. Spinti dal sapere e dalla cultura, noi siamo il futuro e abbiamo il dovere di credere che il confronto con gli altri, la conoscenza di altre culture, l’accoglienza ed il rispetto delle civiltà diverse dalla nostra sono ricchezze da custodire gelosamente e valori da tramandare.

 

Rachele Valanzano – II G

Un giorno da Ulisse

“Il tempo non esiste. L’uomo, in quella che definisce razionalità, lo ha segnato dividendolo in ore, giorni, mesi, anni. Il tutto per sua comodità. Il tempo invece è una cosa interminabile verso l’ignoto, lo stesso ignoto verso il quale ci stiamo dirigendo.” (Ulisse e il cappellaio cieco, Raffaele Bussi)

Un libro che mi ha fatto viaggiare verso l’ignoto, verso l’inspiegabile. Ho sempre avuto il bisogno di immedesimarmi in un personaggio quando leggo, un personaggio particolare, colui che descrive maggiormente il mio carattere, i miei modi di pensare, insomma, la mia persona. In questo libro sono stata completamente travolta dalla figura di Ulisse, famoso per la sua forte astuzia e acuta furbizia. Ogni sua avventura diveniva anche mia, come se fossi complice di quanto gli accadesse, come se ogni parola messa insieme divenisse un film, ove riuscivo a percepire la delicatezza di ogni dialogo, la prontezza per ogni decisione intrapresa, il significato di ogni capitolo che lasciava un messaggio importante. Ulisse e il cappellaio cieco mi ha portato a pensare a come avrei potuto reagire se avessi fatto un viaggio che mi avrebbe condotto via dalla città che amo, Castellammare di Stabia, proprio come Ulisse, che dovette abbandonare la propria donna, ma che poi ritornò per una notte dandole lo stesso amore di quegli indimenticabili sette anni in cui erano stati insieme. Ed ecco che nasce un viaggio, che descrive le emozioni che ha suscitato in me questo libro, che mi ha portato a vivere un giorno da viaggiatore con gli occhi dello storico personaggio Ulisse.

E sono lontana, ma lontana da cosa? Dalle persone che amo, dal mio celeste mare, dalle mie abitudini, dall’odore del caffè che di prima mattina invade casa… ed io che invece desideravo soltanto allontanarmi dai miei perforanti e assillanti pensieri.

Il delicato Sole era appena giunto sopra il Monte Pendolo, che si erge come un germoglio proprio davanti alla mia terrazza; gli uccelli si erano allontanati dai propri nidi, iniziando a cantare e percorrendo rapidamente in volo il cielo di Castellammare di Stabia. Quel profumo di aria fresca, insieme a tutte le altre piccolezze che donano queste città creavano un’armonia perfetta e una visione magnifica, come un quadro a pennelli pieno zeppo di colori vivaci. Ma quella lugubre idea di dovermene andare che, a poco a poco iniziava ad esser realtà, calava sui miei occhi come occhiali da sole che oscuravano la vista. Non sapevo quale potesse essere la meta, poiché il mio unico pensiero era quello di fuggire ma, dissi tra me e me, che se avessi dovuto sceglierne una, se avessi dovuto comprare un biglietto, ne avrei preso uno senza ritorno. In mano avevo una piccola valigia, al cui interno avevo deposto tutto ciò che per un momento mi sembrava importante, ma sapevo già che nel momento in cui l’avrei aperta mi sarei ritrovata con utensili totalmente futili. Tutti in casa mia giacevano in un sonno profondo, così profondo da non riuscire nemmeno ad udire la porta di casa sbattere. Iniziai ad incamminarmi per dirigermi verso la stazione e il rumore di quelle rotelle consumate della valigia si faceva sentire da diversi metri di distanza, tanto è che, di certo, non passavo inosservata agli occhi di alcuni cittadini. Tra un pensiero e l’altro, senza nemmeno rendermene conto, mi ritrovai davanti alla stazione; da essa riuscivo a intravedere la Cassa armonica e un piccolo sorriso malinconico mi spuntò sul viso.

Arrivato il treno salii in un vagone poco affollato; in quel momento un vago pensiero mi fece dimenticare che, se mi trovavo su un treno era per andarmene via, in quel momento quella piccola vocina dentro la mia testa, che molte volte metto da parte, iniziò ad ingigantirsi. Iniziai a pensare alle persone che si trovavano sul mio stesso treno, a ogni volto, che aveva una sua storia, a ogni sguardo perso, che aveva il suo perché. Come quell’uomo seduto accanto a me, che sorrideva senza nemmeno accorgersene o come quell’anziano con i capelli argentati seduto vicino al finestrino, che pensava talmente forte da parlare tra sé e neanche se ne rendeva conto. Come la ragazzina in fondo al vagone, con le cuffiette nelle orecchie, che osservava continuamente un telefono senza linea pur di non incrociare il suo sguardo con quello di estranei o come la donna che leggeva il suo libro con occhi trascinati da ogni frase, da ogni parola. Come il turista che preferiva scattare una foto con gli occhi anziché con la macchina fotografica o come me, che pur di non pensare a ciò che stavo combinando, cercavo di indovinare cosa stessero pensando gli altri. Persone che scendevano e altre che salivano, ed io che ormai avevo deciso di scendere all’ultima fermata, Sorrento, soltanto per stare seduta ancora un altro po’ in treno, visto e considerato che il suo sferragliare sui binari sembrava mi rincuorasse. Mi ritrovai completamente spaesata, ricordandomi di quando visitai quel posto anni fa, quando ancora camminavo per mano con mia madre e mio padre, ma in quel momento invece non c’era nessuno che mi stringeva la mano e che mi aiutava ad attraversare la strada colma di macchine, c’ero solo io che reggevo la fastidiosa valigia rumorosa. Avevo bisogno di allontanarmi; feci un lungo e forte sospiro, come per indicare che dopo tanto tempo chiusa con me stessa riuscivo finalmente a respirare. Arrivai a Piazza Torquato Tasso dove, a parer mio, valeva proprio la pena sollevare gli occhiali da sole per ammirarne la bellezza: al centro si trovava il monumento dedicato al poeta Torquato Tasso, mentre a destra si poteva ammirare una terrazza su cui sventolavano svariate bandiere, come quella della Germania, della Francia, Spagna…ricordai in modo sfocato quando mio padre mi scattò una foto accanto alla statua. Il mio senso dell’orientamento fortunatamente non fece cilecca e riuscì a portarmi dove desideravo, in spiaggia. Trascorsero le ore e il telo mare che avevo infilato nella valigia tornò stranamente utile: rimasi ad osservare il mare e lo guardai con occhi diversi, probabilmente come non avevo mai fatto prima. Ancora lo guardavo e volevo trattenermi per più tempo, desiderando che il tramonto non andasse via mai, ma come potevo pretendere che il tramonto rimanesse lì, fermo? Il silenzio veniva ammazzato dal suono forte delle onde, che volevano trascinare con sé tutte le pietrine che erano sulla riva; ma anziché portar via quei sassolini, ogni onda portava a me un ricordo. Quell’acqua totalmente trasparente, che invece sembrava blu per via del riflesso causato dal cielo. Nel mare, quel giorno più degli altri, vidi me stessa, perché in fondo sono un po’ come il mare, totalmente trasparente, ma, non guardandomi attentamente, tutti gli altri si fermano costantemente a pensare che io sia solo un riflesso. Il cielo iniziava a diventare più scuro e le poche persone che si trovavano in spiaggia erano andate via, tranne un ragazzo. Era seduto sulla sabbia con le braccia avvolte intorno alle gambe e con la testa poggiata sulle ginocchia; sembrava di vedere me in terza persona, in versione maschile. In poco tempo mi dimenticai anche della sua presenza e tornai ad ascoltarmi; quando poi iniziai a sentire un rumore di passi fatti sulla sabbia umida che man mano si avvicinava sempre più. Un’espressione incuriosita comparve sul mio volto, il ragazzo si dirigeva verso il punto in cui mi trovavo; sembrava avere giusto qualche anno in più di me: capelli molto corti, sul biondo scuro, occhi grandi e azzurri, aveva un tatuaggio sul braccio che raffigurava una freccia e una bussola al centro di essa. Lo strano ragazzo si chinò per parlarmi: “Come mai da queste parti?” si limitò a dire con un sorriso che fece intravedere una leggera fossetta e lo disse con una semplicità tale da sembrare che mi conoscesse, ”Non per scelta, è stato un caso” gli dissi senza guardarlo negli occhi per via della timidezza e per la poca voglia di parlare che avevo in quel momento. “Riconosco di essere uno sconosciuto ai tuoi occhi, ma potrei rimanere qui? Giuro che non interromperò il tuo momento di meditazione” …sembrava quasi che volesse prendermi in giro. Non aggiunsi alcuna parola e mi spostai per fargli spazio. Dopo qualche minuto il silenzio iniziò a farsi imbarazzante e la voglia di sapere il significato di quel tatuaggio cresceva poco a poco: ”Posso chiederti che significa?” Chiedo indicando con gli occhi il suo braccio, “Certo! La bussola simboleggia la via da seguire, l’ago punta verso Sud e indica il fuoco, il calore, l’estate. La freccia invece sta a simboleggiare un obiettivo che voglio raggiungere in questa vita, è come se avessi solo una freccia da lanciare sulla direzione giusta per puntare su ciò che voglio e, perdonami se non ti rivelo l’obiettivo, ma non l’ho mai detto a nessuno” spiega mentre guarda il suo tatuaggio soddisfatto. Io ho sempre avuto una concezione negativa riguardo ai disegni che rovinano il corpo, ma questo sembrava avere un senso più che mai: ”Interessante” dico sottotono. Tra una domanda e l’altra finimmo per conversare del perché fossi finita qui e lui: ”Sai, è vero, possiamo scappare da tutto, tranne che da noi stessi. Non contano i chilometri di distanza che fai, ciò che nuoce sta con te, e sono qui” fa indicando la mia testa “impara a conviverci, puoi scegliere di usare i tuoi pensieri con te o contro di te…la stazione non dista molto da qui, ti consiglierei di andare prima che passi l’ultimo treno per Napoli”. Non riuscivo ad aggiungere parole che non fossero “Grazie” ed “Arrivederci”. Mi incamminai e non capivo quale destino mi avesse fatto incontrare quel ragazzo senza nome che probabilmente non avrei mai più rivisto. Presi giusto in tempo l’ultimo treno, successe tutto in un batter d’occhio; il treno sembrava andare troppo veloce visto che ad ogni fermata ero sempre più vicina alla mia città. Le parole di quel ragazzo mi fecero riflettere a tal punto che, al mio ritorno, fui contenta di aver imparato una lezione che mi sarebbe servita in futuro: “Se la vita è un ascensore allora scegli le scale, preferisci le scale anche se quando cadi ti fai male e quando ti rialzi per continuare a salire senti il dolore che ti fortifica; è il dolore l’unica motivazione per continuare, per dare lo schiaffo morale alla parte più debole di te. Tu nella vita preferisci le scale, preferisci crescere di nascosto tra una caduta e l’altra”.